Trump visita la Cina, una tre giorni con luci ed ombre.
La guerra con l’Iran dopo la visita di Trump in Cina sembra essere un punto di non ritorno dato da una consapevolezza che il nuovo ordine mondiale sta cambiando in fretta e proprio l’amministrazione americana oggi si accorge che l’oriente rappresenta il futuro del mondo e il gota economico americano lo ha capito subito. Una visita di tre giorni quella del presidente che porta con sé il seguito di una schiera di amministratori delegati delle più grandi aziende del mondo tra cui Nvidia, Musk, Boing e tanti altri. Chiedersi il perché di tutto questo e di facile interpretazione in quanto oramai la Cina oggi può essere considerata l’ago della bilancia del nuovo ordine mondiale che vede Iran, Russia come partner principali ma che dietro denota la grande coalizione mondiale che lega i BRICS che comprendono ad oggi una popolazione mondiale che supera il 41%.
Una accoglienza quella destinata al presidente americano che alla sua discesa dall’air force one vede la presenza del Vicepresidente della Cina, l'ambasciatore e il ministro degli Esteri ed il classico tappeto rosso. Seguono la delegazione Marco Rubio, Scott Bessent, Eric Trump, Lara Trump, James Blair, Elon Musk e altri. Folle di giovani che sventolavano le due bandierine hanno accompagnato il percorso di Trump verso Pechino. Per coincidenza nella stessa pista dell’aeroporto un aereo governativo russo è atterrato in silenzio lo stesso giorno. Un Ilyushin Il-96-300 legato al Cremlino è arrivato prima dell'Air Force One, trasportava diplomatici in preparazione della prossima visita di Putin in Cina.
Tra le prime dichiarazioni quella di XI Jinping che ha detto da subito “Dovremmo essere partner, non rivali”. Nelle sue prime dichiarazioni di apertura, Trump ha elogiato la “fantastica relazione” con XI e ha affermato che i leader aziendali statunitensi si trovavano nella città per “rendere omaggio” a XI e alla Cina. La riunione bilaterale a messo da subito sul tavolo le recriminazioni della Cina su Taiwan e Trump ha accennato di abbandonare Taiwan dopo il viaggio a Pechino. Trump inoltre ha congelato un accordo di armi da 12 miliardi di dollari con Taiwan come "merce di scambio" con XI Jinping, rilasciando queste dichiarazioni massicce: "La Cina è un paese potente. Questa è un'isola molto piccola a 9.500 miglia di distanza. Questo è un problema difficile." Trump ha accusato Taiwan di "rubare la nostra industria dei chip", chiedendo loro di trasferire le loro fabbriche in Arizona. Si è opposto all'indipendenza di Taiwan, accennando che gli Stati Uniti non difenderanno l'isola se scatenerà una guerra.
La Casa Bianca afferma che la Cina è interessata ad acquistare più petrolio americano e concorda con gli USA sul fatto che l'Iran non potrà mai avere un'arma nucleare, ma il silenzio incombe sulla guerra in atto con la sola posizione di libero passaggio attraverso lo stretto di Hormuz. Tra gli accordi economici più rilevanti la vendita di 200 aerei della Boeing e l’entrata del colosso Nvidia in Cina con partnership locali oltre all’apertura del mercato cinese alle carni americane ed alla vendita di soia. Accordi che certamente non determineranno una svolta dei mercati e la vendita di soli 200 aerei Boeing rispetto ai 500 previsti alla vigilia rappresentano una debacle che ha determinato il calo del 4% del titolo in borsa della compagnia.
Tra gli obbiettivi della vigila dobbiamo annoverare quello dell’approvvigionamento di terre rare, che da anni sono al centro delle relazioni bilaterali e da quando la Cina ha imposto controlli sulle esportazioni in risposta alla raffica di dazi di Trump nell’aprile del 2025. Il vertice in tal senso non ne ha fatto menzione ed i media statali cinesi non ne hanno dato rilievo. La tregua commerciale lascia un vuoto temporale con scadenza fissata a fine anno. Nessuna estensione da parte Cinese che ha mantenuto le sue posizioni.
Facendo eco alle parole del presidente Usa, l'omologo cinese XI fa il bilancio sul loro incontro a Pechino. "Abbiamo raggiunto importanti intese comuni sul mantenimento di legami economici e commerciali stabili, sull' espansione della cooperazione pratica in vari campi e sull'affrontare in modo adeguato le reciproche preoccupazioni", lo cita l'agenzia Xinhua. Delineata una "nuova visione per la costruzione di un rapporto costruttivo basato sulla stabilità strategica". In realtà parole di facciata molto ampie che nascondono pochi risultati concreti in relazione alla geopolitica internazionale.
Le politiche affaristiche classiche del presidente americano hanno avuto la loro parte predominante mettendo da parte le azioni strategiche e geopolitiche che attualmente determinano danni globali. Il risultato del bilaterale Usa - Cina a parte la grande accoglienza, i grandi temi collegati alla guerra del golfo, la competizione sui semiconduttori e sull’intelligenza artificiale non hanno avuto accordi formali ma solo dichiarazioni di rito. Certamente la questione Taiwan ha denotato il vero avvertimento di XI su “scontri e persino conflitti” tra le grandi potenze se la questione di Taiwan non verrà gestita “nel modo giusto” e questo è un monito per Taipei. Ma a visita conclusa Trump si ritrova a fare i conti con lo stallo sullo Stretto, e indici di gradimento in calo in vista delle cruciali elezioni di medio termine. Quanto al resto del mondo secondo Reuters “l’esito del vertice pare inequivocabile: ammettere che esiste una potenza in netta ascesa a est e una in declino a ovest”.
A vincere il duello tra potenze globali in questo bilaterale è certamente la Cina che ha dato un risveglio d’immagine di notevole portata. La Cina si è presentata al vertice non più come principale antagonista degli Stati Uniti, ma come pari grado con cui condividere la gestione degli equilibri globali. Le parole di XI sono state da subito chiarificatrici dando la similitudine con la “Trappola di Tucidide”. Parimenti la presa di posizione su Taiwan rivendicata da pechino che non nasconde la possibilità di un conflitto. La Cina si è presentata molto amichevole e rilassata sebbene al suo interno abbia delle criticità date dalla crisi immobiliare interna, il rallentamento della crescita, l’invecchiamento demografico e la fuga di capitali fattori che continuano a rappresentare oggetto di pressione significativi per il Partito Comunista. Tuttavia, Pechino sembra oggi la più preparata a sostenere una competizione di lungo periodo rispetto agli anni della prima guerra commerciale trumpiana con un atteggiamento alla pari come potenza globale.

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